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domenica 20 agosto 2017

"Il pianeta delle scimmie" (Editoriale Corno 1976) - Differenze con il film del 1968 + incongruenze della storia


Visto che dal qualche settimana c'è nelle sale cinematografiche il terzo film del remake de "Il pianeta delle scimmie", mi è venuta voglia di riguardarmi il mitico film del 1968, tanto per ricordarmi quanto fosse bello, per quanto ingenuo, quel vecchio lungometraggio.
Per fortuna parecchi anni fa (nel 2009) avevo comprato un mega cofanetto con tutti i 5 vecchi film, quello del 2011(...) più il pezzo pregiato, la serie di telefilm degli anni 70!
Quasi contemporaneamente sono incappato nel fumetto della Marvel proprio del primo film, che venne pubblicato dalla Editoriale Corno nel 1976. Leggendolo sono rimasto sorpreso dalla fedeltà della storia rispetto al film, ma anche i dialoghi sono praticamente identici, in molto casi, considerando la necessità di ridurre il testo, vi si può leggere fin le medesime parole.
Questo doppio approccio, però, mi ha fatto notare ancor di più alcune ingenuità fantascientifiche, che se lo spettatore del 1968 o degli anni 70, poco avvezzo alla fantascienza, poteva non notare, oggi sono abbastanza palesi.
Sia chiaro, probabilmente sto scoprendo l'acqua calda, e magari alcune mi sono pure sfuggite, però è in dubbio che lo staff di sceneggiatori ed il regista, commisero parecchie leggerezze. C'è da dire che non ho mai letto il romanzo, magari la storia era un po' incongruente fin dall'origine, però, nel caso, i produttori avrebbero potuto metterci mano.
Più probabile che "Il pianeta delle scimmie" fosse stato pensato in un periodo in cui vigeva una certa ingenuità fantascientifica, o che gli sceneggiatori sapessero di avere a che fare con un pubblico poco avezzo alla fantascienza e ai viaggi nel tempo.
A cosa mi riferisco?
Non tanto alla questione del ritorno sulla Terra dell'astronave e del suo spostamento nel futuro, che poi sono il fulcro dell'effetto sorpresa del film, ma, in particolar modo, dell'assurdità che Taylor continui per tutto il film a credere di essere su un pianeta alieno, e non sulla Terra del futuro.
Non mancano numerose incongruenze tecnologiche.
Ormai sono tanti decenni che vediamo film di fantascienza, e col tempo si sono create delle prassi più o meno scientifiche. Così la stranezza che salta subito agli occhi riguarda la grandezza dell'astronave, lo si nota bene dall'inquadratura interna.
E' mai possibile fare dei viaggi interstellari, con tanto di ibernazione, in uno spazio così angusto?
Le riserve d'aria? Acqua e cibo? Attrezzature e pezzi di ricambio per l'astronave? Il carburante?!
Dove lo mettono il carburante?!  O_o
Charlton Heston e soci avrebbero dovuto fare un viaggio di più di 300 anni luce...


Questa sotto è la Nostromo del primo Alien, nonostante i viaggi siano meno lunghi, l'astronave è enorme. E' anche vero che è una nave mineraria, quindi dotata di stiva, però si nota un approccio differente degli sceneggiatori al viaggio interstellare con ibernazione.


Riparto dall'inizio del fumetto e del film  ;)

venerdì 18 agosto 2017

"Arrivano i Superboys" ("Soccer Boy") - ("Akakichi No Eleven" - "Gli undici rosso sangue" 1970) - puntate 1 e 2



L'umanità si può dividere fondamentalmente in due gruppi:
Quelli che considerano l'anime con Shingo Tamai protagonista, la più bella serie calcistica della storia dell'animazione;
Quelli che non concordano, dimostrando di non capire una beata mazza di anime, di calcio e di qualsivoglia altro argomento.

Premesso il mio punto di vista super partes, sentendomi in astinenza di recensioni di serie "ricercate" dopo aver terminato "Julie rosa di bosco", ho deciso di rivedere, e quindi recensire, per la prima volta dai tempi che furono la serie di "Arrivano i Superboys".
A dire il vero ho provato più volte a rivedere i Superboys, ma ho sempre desistito. I disegni sono abbastanza orrendi, l'animazione è molto meno che poco fluida e il doppiaggio italico fu fatto così al risparmio che, oltre a dei dialoghi che paiono spesso un po' a caso, più personaggi sono doppiati da singole voci. Questo mix micidiale, sommato al fatto che la serie è composta da ben 52 puntate, rende l'impresa veramente ardua, ma se sono riuscito a vedermi "Julie rosa di bosco", nulla mi potrà fermare!!!
Per un bambino che viveva a pane, anime e partite a pallone, poter vedere il calcio animato fu veramente l'apoteosi del divertimento. Tutto era tremendamente esagerato, la tensione, il dramma di ogni incontro e perfino degli allenamenti (e che allenamenti!!!), ma soprattutto le evoluzioni tecniche dei calciatori. Ovviamente, a chi vide questa serie, non dovrò spiegare quali mirabolanti funambolismi compievano Shingo e soci, ma spero vivamente che queste recensioni riescano a raggiungere gli appassionati che non conoscono "Arrivano i Superboys".
Perché solo l'ignoranza può far pensare che una serie come "Holly e Benji", assurta dal 1986 immeritatamente ad emblema del calcio animato, possa essere considerata migliore delle 52 puntate su Shingo e soci. Una serie, quella di "Holly e Benji", dove giocano a calcio anche i malati di cuore... siamo seri... ma chi mai farebbe giocare a pallone o acquisterebbe un atleta con problemi cardiaci?!
In "Arrivano i Superboys" un problema di salute sarebbe stato diagnosticato immediatamente, che manco al J Medical... questo semplicemente perché con gli allenamenti impartiti da Tempei Matsuki sopravvivono solo i più forti... è una questione di selezione naturale.
Essendo una serie ingiustamente misconosciuta, trovare informazioni sia sul web che sui libri non è semplice. Io di libri ne ho parecchi, ma, salvo una mia distrazione, ci son scritte sempre le solite informazioni, praticamente le stesse che si possono trovare su wikipedia.
Quindi ho aguzzato un po' l'ingegno è ho trovato qualche notizia in più, sempre da Wikipedia, ma giapponese.
Certo, la traduzione di Google è parecchio approssimativa, e si sa che Wikipedia è da prendere con le molle, ma piuttosto che niente, è meglio piuttosto  :]
Scopro così che al momento di iniziare la serie, lo staff di animatori non conosceva per nulla il calcio, men che meno le sue regole!!!
Non so come mai, ma questa cosa non mi sorprende  ^_^
Dalla lettura di queste poche righe desumo che si pensasse di far fare cose assolutamente inverosimili ai calciatori animati (mentre poi...), quindi tal Sohiroshi Shibata (su cui non ho trovato alcuna informazione) con l'aiuto del club Yomiuri, portarono allo staff degli animatori un film didattico sul calcio, che spiegava le tecniche base e le regole. Interessante che questo filmato didattico sul calcio venne originariamente introdotto in Giappone dall'allenatore della Germania Ovest Dettmar Cramer, che successivamente vinse ben due coppe Campioni consecutive con il Bayern Monaco (74/75 e 75/76). Dettmar Cramer era arrivato in Giappone nel 1960 (e vi restà fino al 1963) come istruttore di calcio, chiamato dalla federazione nipponica per migliorare il livello tecnico-tattico del campionato in vista dei giochi olimpici del 1964. Il suo lavoro dette i suoi frutti nel 1968, quando il Giappone vinse la medaglia di bronzo del torneo di calcio alle olimpiadi di Città del Messico.




Tutto questo panegirico nasce dal fatto che nell'anime Tempei Matsuki era il portiere di quella nazionale nipponica che arrivò terza.
Allora mi sono andato a cercare quella formazione, però il portiere titolare si chiamava Kenzo Yokoyama, non Tempei Matsuki... peccato   >_<



Sono riuscito a trovare anche il suo tabellino delle presenze, tanto per accertarmi che fosse veramente il portiere titolare, purtroppo mancano i gol subiti, però direi che sicuramente Kenzo Yokoyama fu il primo portiere di quella nazionale, e che il nostro Tempei Mitsuki era, invece, un impostore bello e buono... l'avesse saputo Shingo in queste prime puntate...

giovedì 17 agosto 2017

Il castello errante di Howl, magia, mistero e bellezza nel film cult di Hayao Miyazaki




TITOLO: Il castello errante di Howl, magia, mistero e bellezza nel film cult di Hayao Miyazaki
AUTORE: Valeria Arnaldi
CASA EDITRICE: Ultra
PAGINE: 191
COSTO: 22 €
ANNO: 2017
FORMATO: 25 cm x 17 cm 
REPERIBILITA': ancora presente nelle librerie di Milano
CODICE ISBN: 9788867766185


Ritorna in libreria Valeria Arnaldi, con la sua creatura, la collana “Ultra Shibuya”, che sceglie il film “Il castello errante di Howl” come soggetto del suo nuovo libro.
Considerando che ognuno ha il suo punto di vista, ma lo si può considerare corretto il titolo del libro? E' proprio “Il castello errante di Howl” il film cult di Hayao Miyazaki?
E' un bellissimo film, io lo vidi al cinema alla sua uscita, eravamo io, un amico ed un'amica, per il resto il cinema era quasi deserto...
Ma se “Il castello errante di Howl” è il film cult di Miyazaki, allora Totoro, Nausicaa, Porco Rosso(!!), la città incantata, Lupin III il castello di Cagliostro(!), Ponyo e Kiki(!!!), cosa sono?
E la principessa Mononoke? Dico, Mononoke!!!!!
Magari si poteva evitare il “cult” per “Il castello errante di Howl”, vista la filmografia di Miyazaki.
Dato che sono partito già antipatico, non mi costa nulla proseguire   >_<
Questo libro continua la tradizione dei precedenti titoli della “Ultra Shibuya”?
Direi ampiamente.
Il precedente libro della “Ultra Shibuya” che avevo recensito (link) mi aveva fatto sperare in un ravvedimento nel modo di operare, ma è stata una speranza vana.
Intanto le immagini occupano, come al solito, uno spazio preponderante ed invadente.
Sul totale delle 191 pagine ben 42 non contengono scritto, in quanto sono composte solo da una immagine a piena pagina. Altre 59 pagine sono scritte per meno della metà della pagina disponibile (che ammontano a 39 righe). Quindi abbiamo solo 17 pagine scritte interamente, cioè per 39 righe.
Ergo 191-42= 149.
Dato che ci sono 59 pagine con meno della metà di righe disponibili scritte, le considero solo 30 pagine scritte, quindi altre 30 sono non scritte.
Ergo 149-30= 119 pagine.
A queste 119 pagine vanno sottratti tutti gli spazi bianchi e le immagini non a piena pagina. Ho fatto un conto approssimativo, e non si arriva a più di 80 pagine scritte, diciamo 85 per stare larghi, facciamo 90, aggiudicato.
22 euro per 90 pagine scritte (abbondando).
Le immagini mancano della didascalia, cosa particolarmente grave quando ci si trova davanti non ad un'immagine del film, che comunque conosciamo tutti. Chi è la persona nella foto? In quale luogo si trova? In che contesto fu scattata? Ed in quale anno? Mistero...
Sono ritornate le “supercazzole” a più non posso. Per “supercazzola” non intendo un concetto per forza sbagliato, ma un discorso pieno di paroloni forbiti e concetti arzigogolati che, alla fine, non apportano nulla alla spiegazione totale, se non un incremento (inutile) delle righe scritte.
Manca totalmente la bibliografia o sitografia. Dove ha reperito le notizie Valeria Arnaldi? Ha consultato altri saggi su Miyazaki? Saggi italiani? Anglosassoni? Siti web? Mistero...
Solo in quattro casi, dico quattro, ci sono brani di interviste dei protagonisti con relativa fonte (testata ed anno), manca, però, sempre il nome del giornalista che ha compiuto l'intervista.
Dato che non sono specificate le fonti, dopo aver fatto alcune ricerche sul web, a me pare di averne trovata qualcuna, Wikipedia e non solo. Nulla di male, bastava riportarlo.
La disposizione ed alternanza di immagini e testo è identica agli altri titoli della collana.
Mi chiedo che senso abbia, dal punto di vista della impaginazione di un libro, proporre lo scritto in questo modo.



Ricomincio dal primo capitolo, per un totale di 19 capitoli.

mercoledì 16 agosto 2017

Osamu Dezaki, il richiamo del vento



TITOLO: Osamu Dezaki, il richiamo del vento  
AUTORE: Mariano A. Rumor  
CASA EDITRICE: Weird Book
PAGINE: 280
COSTO: 22 €
ANNO: 2017
FORMATO: 23 cm x 16 cm 
REPERIBILITA': sul web 

CODICE ISBN: 9788899507329


Ci sono autori di saggistica su anime e manga che garantiscono titoli interessanti e scorrevoli, Rumor è indubbiamente uno di questi.
Su Osamu Dezaki non era mai stato ancora pubblicato nulla in Occidente (come scrive l'autore in quarta di copertina), e devo dire che il primo libro è più che soddisfacente. Il saggio è composto da 10 capitoli, che analizzano tutte le opere più importanti del regista nipponico, ma non termina con l'ultimo capitolo. E' stato reso ancor più valido grazie all'inserimento di una serie di interviste con persone che collaborarono con Dezaki. Queste testimonianze (che poi è il titolo del capitolo) iniziano con una intervista allo stesso Dezaki, fatta nel 1999 da Saburo Murakami.
Il saggio si conclude con l'indispensabile cronologia delle sue opere, a cui seguono delle dettagliate schede filmografiche, queste ultime ammontano a ben 50 pagine. In ogni scheda è specificato quale ruolo abbia avuto Dezaki in ognuna delle opere a cui ha partecipato, addirittura sono presenti gli eventuali pseudonimi. Le scheda non si limitano ad una sequela di nomi o date, ma, oltre ad una breve sinossi, sono inserite numerose informazioni supplementari.
L'unico appunto che mi sento di muovere al libro è l'assenza di immagini, qualche foto d'epoca di Dezaki e colleghi, e qualche immagine delle serie analizzate, avrebbe reso più esaustiva l'opera finale.
Sul perché nel titolo sia presente la frase “il richiamo del vento”, non rivelerò nulla, ma chi ha seguito almeno un paio delle serie di Dezaki, dovrebbe capirlo autonomamente.
Ricomincio quindi dalla descrizione dei capitoli.

venerdì 11 agosto 2017

Editrice Giochi catalogo generale 1976/77


E' sempre un po' arduo indicare una data corretta a questi cataloghi, a parte quando questa campeggia sulla copertina, e non è il caso in questione. Quindi non  resta che fare una stima in base agli articoli pubblicizzati, e considerando il Monopoli del 40esimo anno, più alcuni giochi in scatola tratti da telefilm o trasmissioni televisive, il catalogo non può essere antecedente al 1976/77.
In pratica questa pubblicazione, che misura 30 cm x 21 cm, è una versione deluxe del cataloghino che avevo già recensito qualche mese fa, e che si trovava all'interno delle confezioni.
Il formato più grande permette di apprezzare maggiormente tutte quelle stupende confezioni di giochi in scatola, che fanno subito tornare in mente tanti pomeriggi passati a scannarsi amichevolmente attorno ad un tabellone di gioco.
Come avevo già scritto nella recensione linkata, dove mi ero dilungato un po' su qualche ricordo cortilesco, noi giocavamo ai giochi in scatola sia in inverno che in estate, era una attività messa in campo per 12 mesi all'anno, ma questa attività ludica la si svolgeva quasi esclusivamente nel pomeriggio. Ovviamente la mattina c'era la scuola (uffi...), ma anche nei periodi di vacanza, oppure il sabato o la domenica, i giochi in scatola erano riservati al pomeriggio. In mattinata era tassativa una bella partita a pallone o a "tedesca" (su cui prima o poi dovrò fare un post...), ma nel pomeriggio, dopo un'altra partita a pallone (o a "tedesca"), era il turno del gioco in scatola del periodo.
Probabilmente la motivazione era dovuta al tempo disponibile per allestire (e/o spiegare) e giocare al gioco in scatola scelto, anche scendendo tutti alle 9 del mattino, a mezzogiorno si doveva iniziare a risalire per il pranzo, mentre nel pomeriggio si disponeva di un arco temporale più ampio.
Il mio quest a ritroso nel tempo sui giochi in scatola, nasce proprio dal volere recuperare tutti quegli articoli che ci regalarono così tante ore di divertimento (quasi sempre, ma non sempre...) in compagnia. Per me, poi, che sono figlio unico, quelle partite acquistavano un valore molto particolare, di condivisione e di confronto, anche se talvolta il confronto sfociava nello scontro  :]
E lo scontro, sempre che non si spostasse sul piano fisico(...), era il sale del divertimento, che nasceva da un agonismo assolutamente NON decubertiano, perché a nessuno fregava nulla di partecipare, ognuno voleva annichilire gli avversari!  ^_^
A dire il vero, quando mi capita di rigiocare con gli stessi amici con cui giocavo da bambino (o con persone che ho conosciuto da adulto), benché tutti si sia ormai vicini alla soglia dei 50 anni, e qualcuno li ha pure superati, il desiderio di annientare gli avversari alberga ancora in ognuno dei nostri cuori... e porca miseria cercano ancora di fregarti sulle regole anche se sono adulti, con famiglia e prole   >_<

Rispetto al cataloghino pieghevole, in questo sono presenti più giochi, alcuni a me sconosciuti, molti sono della MB, e distribuiti dalla Editrice Giochi.
"Città Verde" l'ho recuperato, devo solo recensirlo, mentre Taxi non mi è mai capitato di trovarlo.



Dei due giochi in scatola del Corsaro Nero, questo della Editrice giochi e di certo il meno bello:
Il Corsaro Nero - Editrice Giochi - 1977 
Mentre è di gran lunga più bello il Corsaro Nero Clementoni.

"Scommettiamo?"

giovedì 10 agosto 2017

Catalogo mostra "Bushi (parte prima), la magia e l'estetica del guerriero giapponese dal manga a Guerre Stellari"



TITOLO: Bushi (parte prima), la magia e l'estetica del guerriero giapponese dal manga a Guerre Stellari  
AUTORE: autori vari
CASA EDITRICE: Edizioni Yoshin Tyu
PAGINE: 255
COSTO: 29 €
ANNO: 2016
FORMATO: 25 cm x 21 cm 
REPERIBILITA': sul web 

CODICE ISBN: 9788890600548

Purtroppo non mi fu possibile recarmi alla mostra da cui nasce questo catalogo, svoltasi al museo d'arte orientale di Torino da metà aprile a fine maggio del 2016. Da quello che ho potuto ammirare in queste pagine deve essere stata una mostra interessante, incentrata sulla figura del samurai in salsa manga, anime e cinematografica. Questa mostra doveva essere una “prima parte” di una serie di esposizioni a tema, ma da quello che ho appreso successivamente, sempre che le mie fonti siano attendibili, le successive mostre non verranno più effettuate (per ora). Infatti il catalogo riporta fin dalla copertina la dicitura “parte prima”.
Oltre alle belle immagini della mostra, sono presenti alcuni brevi approfondimenti su vari aspetti dei samurai e della cultura popolare giapponese inerente manga ed anime. Ha senso recuperare questa pubblicazione per questi contributi, ad opera di : Daniela Crovella, Fabrizio Modina, Giampiero Raganelli, Giacomo Calorio, Anna Specchio, Fabiola Palmeri, Arianna Baratelli e Massimo Barbera.
In particolare ho apprezzato “Le donne guerriere di Matsumoto Leilji”, di Giampiero Raganelli. “La figura di Hijikata Toshizo nei manga tra riscrittura e parodia”, di Anna Specchio, argomento e personaggio storico che ignoravo. “O come Otaku, per tutti quelli che si sentono in qualche modo otaku”, di Fabiola Palmeri.
Per quanto riguarda il prezzo più sensato per comprarlo, direi che quello di copertina, cioè 29 euro, risulta ormai un po' esagerato, visto che la mostra è finita da un pezzo. Io sono riuscito a recuperare una copia intonsa a 18 euro, probabilmente ancora un prezzo troppo alto, ma considerando che ad una Feltrinelli in centro a Milano lo vendono ancora a prezzo pieno, nonostante la copia sia semi distrutta, mi sono accontentato di 18 euro.


 La parte fotografica del catalogo è divisa in quattro parti, ognuna della quali dedicata ad un aspetto della mostra. In tutto ci sono 140 pagine di belle immagini, che iniziano a pagina 113, non credo di tutti i pezzi presenti alla mostra, altrimenti sarebbe stata una mostra forse un po' povera, ma non essendoci stato non posso saperlo  ^_^

lunedì 7 agosto 2017

Telepiù N° 5 dal 19 al 25 aprile 1980 - "Arriva il papà di Goldrake" di Filippo Gulli


Con questo quinto numero di Telepiù sono riuscito a mettere in fila ben 6 numeri consecutivi dal suo esordio nelle edicole, dato che il primo numero non è il numero uno, bensì lo zero:

Telepiù N° zero dal 15 al 21 marzo 1980
Telepiù N° 1 dal 22 al 28 marzo 1980
Telepiù N° 2 dal 29 marzo al 4 aprile 1980 
Telepiù N° 3 dal 5 all'11 aprile 1980
Telepiù N° 4 dal 12 al 18 aprile 1980

Poter consultare sei numeri consecutivi di una rivista televisiva permette di avere un'idea più precisa su quale tipo di palinsesti venivano proposti al telespettatore nella primavera del 1980.
Tranne il numero zero, che presenta i programmi delle tv locali del centro Italia, gli altri 5 (compreso questo) sono della zona di Milano o del Piemonte/Aosta, che contiene comunque alcune tv private milanesi. Quindi, nel totale, la programmazione la si può considerare  geograficamente abbastanza omogenea.
A dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, dell'interesse che gli anime suscitavano, solo il secondo numero non presenta articoli sugli anime, anche se in questo sesto, in realtà, Goldrake è citato solo nel titolo, dato che lo scritto è inerente Flash Gordon.
Flash Gordon sarebbe il papà di Goldrake, forse il bisnonno...  >_<
Ma per attirare l'attenzione dei giovani telespettatori era sufficiente, anche se un po' truffaldino come espediente, tanto poi me ne accorgo che con Goldrake non ha nessun nesso  ;)



Queste due sotto sono le pagine che precedevano l'articolo su Flash Gordon padre di Goldrake.

domenica 6 agosto 2017

"Scusa, capo: ho sbagliato ma rimedio subito, mi taglio un dito...", di Robert Forst - Historia luglio 1977


Nel luglio del 1977, quindi in epoca pre goldrekkiana, la rivista storica "Historia" pubblicava questo speciale sulla mafia giapponese, fatto passare come una loro eccezionale esclusiva.
Sul fatto che fosse abbastanza eccezionale non discuto, penso che fosse  un argomento pressoché sconosciuto sulla stampa italica, lo è anche oggi, mentre che fosse una esclusiva della rivista resto dubbioso, visto che l'articolo è a firma di tal Robert Forst, direi scritto per una rivista statunitense.
Non ho trovato nessuna info sul web riguardante l'autore dell'intervista/inchiesta.
Un'altra cosa che mi ha lasciato perplesso è il soggetto dell'intervista, il boss Rideomi Oda, che viene spacciato per il capo della Yamaguchi (gumi), che sarebbe il clan più numeroso e potente di tutta la yakuza, ma che dall'articolo pare quasi essere il capo dell'intera yakuza   >_<
Di questo Rideomi Oda non ho trovato nessuna informazione nei due recenti saggi sulla yakuza:
Yakuza, il Giappone criminale
Yakuza, un'altra mafia

I due saggi danno come capo clan, nel periodo descritto, un altro personaggio, che lo è stato per decenni dopo la sua fondazione (e dopo la sua morte i successori sono altri), questo Rideomi Oda proprio non risulta... sarebbe interessante sapere dai due autori dei saggi sopra linkati se, magari, il nome fosse quello sbagliato, ma le foto si riferissero al capo clan reale.
Oppure Robert Forst intervistò un boss di qualche clan affiliato e lo promosse, all'insaputa del boss (spero), a capo supremo   >_<
Tra l'altro le foto del boss(?) Rideomi Oda paiono rispecchiare l'immagine del boss yakuza che si poteva vedere nei film del periodo, anche giapponesi, sfarzo, sigaretta ed occhiali scuri.
Un'altra curiosità sull'articolo è che Robert Forst parla della Yamaguchi (senza aggiungere "gumi") come se fosse la yakuza nel suo complesso, usa anche il nome "yakuza", ma parlandone quasi al passato, mentre in realtà il clan Yamaguchi-gumi, per quanto potente (specialmente nel 1977), è uno dei clan della yakuza, non la yakuza stessa.
Questo articolo non è citato neppure nella bibliografia del saggio di Giorgio Arduini, che è molto dettagliata.
Alcune delle informazioni riportate mi pare che corrispondano anche a ciò che si può leggere nei due saggi italiani, in particolare sull'interesse della yakuza ad insabbiare lo scandalo Lockeed, però mi è parso un po' troppo una americanata, come impostazione generale, molto incentrato sull'aspetto folcloristico della mafia giapponese.
Comunque, considerando l'anno di pubblicazione, resta una testimonianza interessante.




giovedì 3 agosto 2017

"Julie rosa di bosco" (1979) - Puntate 13 e...


Quale titolo migliore per l'ultimo DVD di ""Julie rosa di bosco" se non "Il trionfo"?
Il trionfo della conclusione!!!
Il trionfo della libertà... ah no, quello arriverà solo con la fine della GNRC...
Il primo post con le puntate 1 e 2 è datato 3 gennaio, siamo al 3 agosto, ci ho messo solo 7 mesi, relativamente poco  >_<
Mi sento euforico, anzi, veramente euforico (cit.)  ^_^
Questo DVD finale non rispecchia molto il finale di un classico shojo, non che uno shojo debba finire per forza male, non mi aspettavo mica che Julie morisse investita da una mandria di carrozze a cavalli imbizzarriti, però non un "happy end" così happyssimo endissimo... tutto si risolve, tutto finisce bene, tutti sono felici, tutti fanno pace, nessuno rimaste scornato/fregato/triste...
Si vede proprio che non sapevano come chiuderlo questo obbrobrio di cartone animato giapponese, ed hanno optato per il "e vissero tutti strafelici e stracontenti".
Una nota di merito per la copertina di grandissima qualità artistica   ^_^



Ma una puntata di Julie deve iniziare per forza con il meraviglioso incipit presente in ognuna delle 13 fantasmagoriche puntate!
Partendo dal presupposto che il pilota non fosse un sadico criminale di guerra, perché attacare un covone di fieno con attorno due contadini ed una bambina?
Forse odiava le pecore?
Forse era allergico al fieno?
La scena resterà IL mistero dell'animazione giapponese...

              

Nella puntata precedente Julie era stata scelta come voce solista del coro della scuola per un concerto nella cattedrale di San Carlo.
Vediamo quindi il maestro che avvisa tutta la classe.
Ma dato che sarà proprio e solo questa classe a far parte del coro, che motivo c'era di fare un annuncio?
Anche perché il maestro ha scelto Julie cassando Carolina, e le ragazze lo sanno, ergo dubito che la sconfitta si sia tenuto tutto dentro...

martedì 1 agosto 2017

Pamphlet "Sayonara Galaxy Express 999" - 1981


Questo pamphlet è del secondo film del "Galaxy Express 999", anno 1981, che non ho mai visto, che prima o poi vedrò, anche perché c'è il capitano!
Quindi perché ho speso dei soldi per comprarlo?
Per due motivi.
Il primo è che non costava molto, la mia politica sui pamphlet di serie a cui non sono particolarmente affezionato, mi impone massimo 10/15euro di spesa, se ne vale la pena.
Il secondo verte sul "se ne vale la pena", ed il posterone centrale, che si può vedere qua sotto e poi nelle 4 scan incollate, sono il motivo che me lo hanno fatto accattare subito  ^_^
Spettacolare!
Finalmente ho capito come funzionava!!!



Su Ebay ho trovato un venditore giapponese che lo vende a 99,90 $ (Usa), cioè quasi 85 €:
http://www.ebay.ca/itm/RARE-TOEI-1981-SAYONARA-The-Galaxy-Express-999-Movie-PROGRAM-Pamphlet-/181910996063

Mi chiedo cosa abbia di più della mia copia  >_<
Per il resto, dato che la serie del "Galaxy Express 999" ai tempi non la seguì continuativamente, troppe puntate, troppo lenta e l'unico appeal erano Maisha ed il controllore, non posso in alcun modo entrare nel dettaglio della serie o delle differenze con questo film.
Comunque prima o poi mi guarderò anche la serie, magari quando andrò in pensione  :]
Lascio il tutto a beneficio di chi potesse essere interessato all'articolo, a me basta il posterone centrale!   ;)

sabato 29 luglio 2017

Hikikomori, nuova forma di isolamento sociale




TITOLO: Hikikomori, nuova forma di isolamento sociale
AUTORE: Iveta Vrioni
CASA EDITRICE: Youcanprint
PAGINE: 99
COSTO: 11 €
ANNO: 2017
FORMATO: 21 cm x 15 cm 
REPERIBILITA': sul web 

CODICE ISBN: 9788892646414


Talvolta mi capita di far la figura del criticone, e considerando che mi manca una scolarità specifica su qualsiasi argomento, tra cui gli hikikomori, rischio pure di sembrare presuntuoso >_<
Questo è l'ottavo saggio che ho potuto leggere sulla sindrome hikikomori, più qualche paragrafo su saggi che trattano della società giapponese, quindi, perlomeno, mi è possibile fare un raffronto tra le informazioni che ho letto, considerando che tutti questi libri non li ho studiati a memoria, ma solo letti, ergo qualche sfumatura o concetto mi sarà sfuggito oppure non lo avrò capito appieno.
Tutta questa premessa non per dire che il libro non sia da leggere (bisogna sempre farsi un'idea propria, mai fidarsi del blogger che spara sentenze a caso), però in alcuni punti sono rimasto un tantino perplesso.
Intanto il numero delle pagine è un po' limitato, specialmente se si decide di trattare il fenomeno hikikomori sia in Giappone che in Italia, sarebbe stato, forse, meglio concentrarsi solo su uno dei due paesi.
Inoltre sovente, mentre leggevo, non ho capito di quale scenario si stesse trattando, il giapponese o l'italico? Si passa dagli hikikomori giapponesi a quelli italiani senza che ce ne si renda conto, oppure sono io che non l'ho capito, può benissimo essere una mia mancanza di comprendonio. Comunque sarebbe stato meglio dividere il saggio in due sezioni ben distinte, una sugli hikikomori in Italia, ed una sugli hikikomori in Giappone.
Tutte le testimonianze di hikikomori riportate nel libro non sono frutto di interviste compiute dall'autrice, ma prese da altri saggi (qui recensiti) oppure dal web, quindi nessuna è attuale. Questo non è per forza un difetto, mi limito a farlo notare. Come ho notato che manca un qualsivoglia curriculum vitae dell'autrice, non so neppure la sua età. Non che mi interessi per fare del pettegolezzo, ma l'autrice esprime alcuni giudizi sulla pericolosità di videogiochi e web (che mi hanno lasciato un pelino basito), e sapere la sua età mi avrebbe fatto meglio comprendere se ad un videogioco possa averci mai giocato.
Nella premessa/introduzione vien individuato nella fine degli anni 80 il nascere del fenomeno hikikomori, in realtà a me, del tutto fortuitamente, è capitato di scovare un articolo su “La Stampa” del 27 novembre 1981, che lo retrodata fino dagli anni 60!

Fenomeno hikikomori in un articolo de "La Stampa" del 27 novembre 1981 - "Molto onorevoli ospiti del Sol Levante" di Alberto Gaino  

Il bello di queste poche righe è che stroncano in solo colpo le accuse, mosse pure dall'autrice, che una delle cause del fenomeno hikikomori possano essere anime, manga, videogiochi e web.
Infatti tra gli anni 60 ed il 1981 il web non esisteva, i videogiochi nascono alla fine degli anni 70, e si parla di “Space Invaders” o Pacman... Anime e manga, pur esistendo, non erano ancora un fenomeno tanto coinvolgente per un ragazzo giapponese, e comunque le tematiche erano molto elementari, Candy Candy, i robottoni, l'Uomo Tigre etc etc, e li potevi seguire solo in televisione, nessun videoregistratore o lettore DVD che ti permettesse di chiuderti nella tua cameretta e guardarli tutta la notte.
Questo breve spezzone dell'articolo stra dimenticato del giornalista Alberto Gaino, non è stato ancora scoperto dai saggisti o studiosi italici del fenomeno hikikomori, questo è un blog troppo di nicchia ^_^
Se queste brevi righe fossero conosciute, si eviterebbe, a mio avviso, di scrivere certe sentenze contro web, videogiochi, anime e manga.


Prima o poi dovrò riunire tutte le traduzioni/definizioni italiane della parola hikikomori, capisco che il giapponese sia una lingua astrusa, ma ognuno/a la traduce un po' a piacere, questo è ciò che scrive l'autrice:

venerdì 28 luglio 2017

"Concilia? Il più bello, divertente, affascinante, istruttivo gioco sulla educazione stradale" - Clementoni 1968



Ho notato che i giochi in scatola della Clementoni, tra la fine degli anni 60 ed i primi anni 70, presentavano sulla confezione una intestazione abbastanza prolissa. Certo, in questo modo il genitore poteva avere la rassicurazione che il gioco non fosse solo divertente, ma anche affascinante ed istruttivo. Il bambino, invece, penso si concentrasse esclusivamente sulle stupende illustrazioni di Sergio Minuti, o almeno era quello che capitava a me  ^_^
Questo gioco di società è stato ristampato più volte dalla Clementoni, fino ad arrivare agli anni 90:
Versione anni 90
Si potrà vedere che le differenze con la versione originale non sono poche, ora i bambini girano in bici... ok... giravamo in bici pure noi, ma almeno ci lasciavano sognare di poter girare in auto... eccheccacchio... vabbè  il gioco istruttivo, ma senza cadere nel ridicolo...
Resta il tabellone di grande formato, ed il meccanismo che permette di modificare i segnali stradali, ma ci tornerò più sotto.
A "Concilia?", quello originale, penso di averci giocato massimo un paio di volte, quindi non ne ho un ricordo preciso, comunque positivo.
Il bello di questi giochi in scatola era la confezione di grandi dimensioni, che se la si pensa in mano ad un bambino di 7/12 anni, la trasforma in una scatola enorme, mentre la "Editrice Giochi" li faceva leggermente più piccoli.
La dotazione interna è sempre molto corposa, come capitava in quel periodo, in particolare le banconote erano "riprodotte fedelmente dalle reali", come recita in cataloghino pieghevole della Clementoni.



Come ho scritto sopra non ricordo le dinamiche di gioco, ergo non posso entrare nel dettaglio di eventuali pregi o difetti sulla giocabilità, ma, forse, leggendo il regolamento, mi pare che potesse durare un po' troppo tempo, in quanto vige la regola del "ne rimarrà solo uno".
Per il resto, se ne ho un bel ricordo, vuol dire che era abbastanza vario ed avvincente, anche se di sicuro non mi attirava per nulla la questione della simulazione del codice della strada, e non mi tangeva alcun intento educativo pensato dalla Clementoni.
Comunque la scatola faceva la sua bella figura  ^_^

       

giovedì 27 luglio 2017

I love Tokyo, viaggio nella capitale del Sol Levante con La Pina




TITOLO: I love Tokyo, viaggio nella capitale del Sol Levante con La Pina
AUTORE: La Pina  
CASA EDITRICE: Vallardi
PAGINE: 230
COSTO: 15,9 €
ANNO: 2017
FORMATO: 21 cm x 15 cm 
REPERIBILITA': Ancora reperibile a Milano
 
CODICE ISBN: 9788869873522


Non ho comprato questo libro perché sono un fan di La Pina, farò la figura del cavernicolo, ma prima di questa lettura non sapevo neppure chi fosse... dato che non ascolto la radio, non ho mai seguito le sue trasmissioni, ergo la sua notorietà mi era totalmente sconosciuta.
Di norma non compro guide turistiche, ma questa mi pareva più sul versante “racconti di viaggio”, ho preso il libro sul web, ergo non l'ho potuto sfogliare prima, nel qual caso, probabilmente non l'avrei comprato. Non perché sia una brutta lettura, ma perché non ha i contenuti che mi interessano, per me la guida ideale resta "Tokyo, la guida nerd".
Sia chiaro, l'autrice è più che titolata a scrivere un libro del genere sul Giappone, ci è stata più di 40 volte!!!
Se non lei, chi altri?
I consigli dell'autrice sono molto concreti, e li ritengo assai utili per chi si appresta a fare un viaggio in Giappone, però pare che ci si rivolga a persone che si avvicinano al paese del Sol Levante per la primissima volta. Vi ho letto cose che, pur non essendo io mai stato in Giappone, sapevo abbastanza a memoria, solo per avere letto altri libri o esperienze altrui sul web.
Forse, vista l'incontestabile esperienza dell'autrice, si poteva scegliere di dare abbastanza per scontato certe informazioni, e passare ad altre più dettagliate, oppure dare lo stesso quelle più conosciute, ma inserire più parte scritta per aumentare l'approfondimento del libro.
Mi è difficile fare una stima in percentuale di quante pagine siano scritte su 230, però 73 pagine non contengono scritto (sono pagine bianche, foto, titoli, disegni, cartine etc etc), un'altra ventina ha uno scritto inferiore a mezza pagina (alcune contengono poche righe), e nelle restanti c'è sempre una foto, disegnino etc etc.
Il taglio è assai leggero, simpatico, scorrevole, pieno di aneddoti divertenti, ma con più scritto ci sarebbero stati molti più aneddoti da leggere...
Interessante l'idea di inserire dei QR Code da cui scaricare la musica scelta dall'autrice per ogni capitolo, poi non è sempre fattibile poterla ascoltare, e mi sa tanto che io e La Pina abbiamo gusti musicali differenti, ma l'idea resta buona.
L'argomento anime e manga è toccato solo in un paragrafo di 3 pagine(...) nel settimo capitolo, nulla di male se l'autrice non è interessata alla tematica, oppure se ha preferito non concentrarvisi troppo, però c'è un prospetto informativo che mi ha convinto un po' pochino.




In questa pagina sono spiegati (con due righe due) i target dei vari generi di manga.
“Shojo manga – josei manga : Robe di ragazze, non più pischelle ma con ancora tanta voglia di patemi”

Magari sbaglio, ma sarebbero proprio due target differenti, con contenuti differenti. Tanto diversi che dubito che ci siano ragazze che leggano gli josei manga, magari capita tranquillamente che delle donne adulte facciano il contrario, ma una sedicenne non si legge gli josei manga.

martedì 25 luglio 2017

Enciclopedia Diecast – Parte prima: Popy GA e PA dal 1973 al 1979



TITOLO: Enciclopedia Diecast – Parte prima: Popy GA e PA dal 1973 al 1979
AUTORE: Alain Bernardi
CASA EDITRICE: Edizioni Centroffset
PAGINE:
500 (?)
COSTO: 23,9 €
ANNO: 2017
FORMATO: 22 cm x 15 cm 
REPERIBILITA': sul sito http://www.robotvintage.com  

CODICE ISBN: 9788897996112


Parto con una premessa d'obbligo: io non sono un collezionista di chogokin ed affini.
A parte la GNRC... non vabbè, scherzavo :]

Detto ciò, il motivo che mi ha spinto all'acquisto del libro è la mera curiosità, oltre al piacere di vedere tante belle immagini di così tanti modellini vintage, senza dover affrontare la spesa per comprarli, che poi è la stessa motivazione che mi spinge a ricercare i cataloghi di giocattoli, invece dei giocattoli stessi (tranne per qualche eccezione).
Inoltre c'è da aggiungere che ho ancora tutti i “giocattoli” dei robottoni che avevo da bambino, e rivederli nella loro forma intonsa (e comprensivi di scatola), visto che a forza di giocarci li ho pesantemente danneggiati, mi ha fatto un gran piacere.
A mio avviso corrisponde al vero ciò che l'autore scrive in quarta di copertina:
Primo libro completamente in italiano che raccoglie immagini, informazioni e schede tecniche di tutti i modellini in metallo prodotti dalla ditta Popy tra il 1973 al 1979”.

Ci sarebbe "Anime d'acciaio", ma il libro di Guglielmo Signora è un saggio di approfondimento sul collezionismo robotico, direi il saggio più importante e probabilmente l'unico in tema.
Mentre questa pubblicazione non è (e non vuole essere) un'opera saggistica, ma una enciclopedia diecast, ovvero dei modellini in metallo pressofuso degli anime robotici, una guida passo passo per futuri collezionisti (o collezionisti già navigati), in cui sono presenti tantissimi consigli ed avvertimenti materiali per evitare di prendere fregature, e cercare di comprare veramente ciò che si desidera.
La catalogazione è assai accurata, ed il testo aiuta a comprendere cosa valutare prima di fare un acquisto.
Il tutto è possibile grazie ad un comparto iconografico di primissimo livello, una singola pagina può contenere fino a 6 immagini, che illustrano non solo il robottone in questione, ma la confezione, le differenze tra confezioni di versioni differenti e addirittura i particolari che permettono di identificare varie versioni di modellini!
Direi un approccio che si potrebbe definire maniacale, ma nel senso buono del termine.
Sono presenti anche due indicatori che evidenziano il livello di rarità dell'articolo, e la sua quotazione media alle aste. Ovviamente certe valutazioni sono suscettibili di contestazioni, ma per un collezionista in erba sono, a mio avviso, abbastanza utili, anche se con il tempo perderanno il loro valore informativo.


      


In questo primo volume sono presenti i modellini GA e PA della Popy, per GA si intendono i modellini dei robot, i PA sono i mezzi ausiliari, astronavi, navette e basi.
Mi pare giusto precisare che lo stesso autore non pretende né di aver scritto una bibbia né che le sue considerazioni non possano contenere degli errori, ma nascono comunque da 20 anni di collezionismo.
Errori, invece, abbastanza presenti in forma di refusi, probabilmente il prezzo da pagare per una auto pubblicazione.
Il secondo ed ultimo appunto che mi permetto di fare alla pubblicazione riguarda la copertina del libro, da cui, solo per averlo letto, ha iniziato staccarsi la prima pellicola protettiva (vedi scan sotto), spero che per i successivi volumi vengano scelte delle soluzioni diverse, più resistenti.

sabato 22 luglio 2017

"Il robot Goldrake al posto di Pollicino", di Marisa Paltrinieri - "Grazia" 18 febbraio 1979


Trovo interessante questo articolo per molteplici motivi, intanto la testata, tipicamente femminile: "Grazia".
A dimostrazione che il successo di Goldrake lo fece atterrare sulle pagine di riviste che poco o nulla avevano a che fare con l'animazione e/o la televisione, ma ormai il nostro eroe era diventato un fenomeno di costume, come mai nessuno dopo di lui avrebbe fatto.
Facile finire sulle riviste tv del periodo, più arduo occupare spazio su settimanali e mensili di politica, oppure su Playboy o Penthouse!
E quando tra una rubrica dall'accattivante titolo "Un viso che sfida il freddo", uno speciale intrigante sulla maglia di primavera(!) ed un articolo esauriente su come si cura una dolorosa forma di erpete(?), ti ritrovi Goldrake, l'effetto e tutto un altro  ^_^



Poi ci sono i contenuti dell'articolo.
Era facile schierarsi con Goldrake all'inizio della sua avventura italiana, più difficile allo scoppiare della prima ondata isterica anti cartoni animati giapponesi, scatenata dall'onorevole Silverio Corvisieri nei primi giorni del 1979.
Marisa Paltrinieri non solo paragona il valore educativo di "Atlas Ufo Robot" per un bambino a quello delle fiabe, ma critica apertamente, seppur solo con un accenno, chi aveva tacciato Goldrake di essere "un campione della violenza annientatrice", cioè l'onorevole di cui sopra.
Infine ho apprezzato che in nessun punto dell'articolo si possa leggere che i cartoni animati giapponesi erano fatti al computer, che ormai era la prassi anche tra chi difendeva gli anime.
La giornalista di "Grazia" non si limita a difendere Goldrake, ma espone in maniera assai chiara il suo punto di vista:
Le fiabe sono un po' invecchiate, Goldrake permette al bambino di sostituirle con qualcosa di moderno, ma altrettanto formativo e per nulla violento, se non nella stessa misura delle fiabe!
Viene spiegato perché per la giornalista i genitori, spaventati da politici ed intellettuali, non avevano in realtà nulla da temere da Goldrake, facendo continui paragoni tra i personaggi di "Atlas Ufo Robot" ed i meccanismi narrativi delle fiabe più comuni.
La giornalista invocava rispetto per i gusti dei bambini, che non potevano essere i medesimi degli adulti, ovvio, no?!  ^_^
L'articolo, che occupa ben quattro pagine, è così bello che mi pare fin un peccato rovinarlo con miei ulteriori commenti, anche perché non c'è proprio nulla da eccepire!