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sabato 28 ottobre 2017

Hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile



TITOLO: Hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile
AUTORE: Karin Bagnato
CASA EDITRICE: Carocci Editori
PAGINE: 106
COSTO: 12 €
ANNO: 2017
FORMATO: 21 cm x 13 cm 
REPERIBILITA': ancora reperibile a Milano  
CODICE ISBN: 9788843089291


Gli ultimi saggi sugli hikikomori soffrono, a mio avviso, di alcuni punti deboli. Il primo, e forse più importante, è quello che si rifanno tutti a libri già pubblicati (anche questo), pare che nessuno studioso/a italico/a abbia più avuto la possibilità, dopo Carla Ricci (iper citata anche in questo saggio), di recarsi in Giappone per informaci di quale sia la situazione in Giappone OGGI. Non la situazione all'epoca dei primi scritti di Carla Ricci (2008), che è stata la prima saggista in Italia a farci scoprire il fenomeno hikikomori, ma cosa stia succedendo in Giappone nel 2017. Il bello (o il brutto) è che le ultime pubblicazioni sugli hikikomori citano altri saggi sugli hikikomori che citato i primi scritti di Carla Ricci, ma solo i primi libri di questa studiosa nascevano da analisi sul suolo nipponico, gli altri successivi sono solo “teorici”. Quindi si sta accumulando una saggistica, che si auto cita a cascata, di “esperti” che non si sono mai recati nel luogo di origine del fenomeno hikikomori. Tra l'altro anche gli ultimi due saggi di Carla Ricci non sono altro che riproposizioni di quello che aveva scritto nei primi due. Parrebbe che il fenomeno hikikomori in Giappone, per gli studiosi italiani (e quindi per i lettori), si sia cristallizzato al 2008 e 2009...
Ergo, per concludere il mio deliro argomentativo, sono ormai parecchi anni che non esce un saggio che ci informi della situazione reale giapponese degli hikikomori nel 2017.
Quando verrà pubblicato qualcosa di attuale sugli hikikomori giapponesi?
L'altro punto debole di questi ultimi saggi è che, dopo aver illustrato la situazione giapponese (non attuale!!!), si esamina quella italiana, volendo raffrontarla a quella nipponica.
Se ciò può aver avuto un senso nei primi saggi, con lo scopo di far venire alla luce eventuali similitudini tra Italia e Giappone, ne ha sempre meno nel momento in cui si mettono a confronto situazioni attuali italiane con situazioni nipponiche risalenti al 2008/2009...
Infine, sempre a mio avviso, la società giapponese, la scuola giapponese, la famiglia giapponese e anche il mondo del lavoro giapponese, sono esageratamente troppo differenti dai corrispettivi italiani. Che senso ha, dunque, continuare con i confronti?
Premetto che questo libro di Karin Bagnato è scritto bene, comprensibilissimo, forse un po' troppo breve, visto che pretende di analizzare sia la situazione (vecchia) in Giappone che quella italiana.
Sono citati molti saggi in inglese, a dimostrazione che l'autrice si è documentata molto.
Mi ha sorpreso un po' leggere nel titolo che il fenomeno di autoreclusione chiamato “hikikomori” sarebbe “giovanile”. In realtà, in Giappone, ci sono anche persone che hanno superato i 40 anni che ne continuano a soffrire, oppure che vi entrano per la prima volta. Saranno forse delle eccezioni, ma non è che a 30 e passa anni ci si può considerare “giovanili”...
Il saggio è diviso in tre parti, nella prima si analizza la situazione (al 2008/2009) giapponese, facendo riferimento esclusivamente ad altri saggi, ergo l'autrice non ha svolto una ricerca sul campo. Nella seconda parte si analizza la situazione italiana, mantenendo la medesima impostazione della parte inerente il Giappone. La terza ed ultima parte contiene una serie di proposte per prevenire ed intervenire sulla situazione degli hikikomori italiani.
Personalmente a me interessa la situazione in Giappone, quindi la prima parte del saggio.
Ad inizio del primo capitolo si riporta che il fenomeno hikikomori risale agli anni 70. Rispetto ad altri saggi che lo pongono negli anni 80 e 90, trovo già incoraggiante che si inizi a retrodatare la nascita della sindrome di autoreclusione, ma da un articolo da me casualmente scovato su “La Stampa”, le prime avvisaglie sarebbero risalenti agli anni 60!


A forza di farlo notare, spero che qualche saggista lo noti ^_^
Questo articolo è importante perché vorrebbe dire che non si potrebbe più dare la colpa a manga, anime, videogiochi e web del fenomeno hikikomori, ma solo ed esclusivamente alla società giapponese.
Tra l'altro l'autrice, senza conoscere questo articolo su “La Stampa”, non considera manga, anime, videogiochi e web la causa dell'hikikomori, a differenza di altri saggisti. In particolare la dipendenza da internet non viene considerata la causa di hikikomori, ma un modo di occupare il tempo da chi ha già scelto di autorecludersi.
Esclusi manga, anime, videogiochi e web come causa di hikikomori, e alcuni di questi non vengono mai neppure citati, l'autrice si concentra in maniera chiara e convincente su altri fattori nipponici:
la società; la famiglia; la scuola.
Conclude con i fattori inerenti la situazione emotiva della persona.
Manca, a mio avviso, l'aspetto inerente il mondo del lavoro giapponese, visto che anche in quell'ambito, sia a causa delle tante ore lavorate, che del “bullismo lavorativo” (mobbing tra colleghi), oppure della perdita del posto di lavoro, alcune persone non più giovani si ritirano in hikikomori.
La seconda parte analizza la situazione italiana, mettendola a confronto con quella nipponica, con le riserve che ho sollevato sopra.
Si afferma che “attualmente” in Italia ci sono 30 mila hikikomori, ma non capito la fonte di questo dato, a quando risale?
Nel paragrafo in cui si parla della scuola italiana, quindi raffrontata a quella nipponica, non viene fatta notare una grandissima differenza normativa tra i due sistemi:
l'obbligo scolastico che vige in Italia fino alla media inferiore.
In Giappone anche i ragazzini possono abbandonare la scuola, senza che le autorità scolastiche se ne facciano carico, perché non essite l'obbligo scolalstico. In Italia, proprio in virtù dell'obbligo alla frequentazione, è impossibile che un 13enne lasci la scuola senza che ci sia un intervento d'ufficio di varie autorità, dalla scuola stessa, ai servizi sociali, fino alla polizia. Forse è anche per questo motivo che in Italia la fascia di età degli hikikomori è dalla scuola superiore in poi, non prima.E quando ci sono casi di ragazzini delle mmedia inferiore, vengono chiamate in causa tutte le autorità del caso per comprenderne i motivi.
Per concludere posso dire che il saggio è scritto bene, ben documentato, ma l'autrice non ha svolto una ricerca diretta in Giappone, inoltre sovente sono citati saggi datati. Quindi, a chi non conoscesse il fenomeno hikikomori, consiglio la lettura di questo saggio. A chi ha già letto altri saggi sull'argomento, non consiglio la lettura di questo titolo, perché nulla aggiunge a quello che già è stato scritto, in particolare sul versante nipponico.




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